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IL BLOG DI 3PONTI        
Telecom Italia, manager strapagati ma i risultati...   24/10/2008

Tratto dal libro la paga dei padroni di Gianni Dragoni e Giorgio Meletti
euro 14

Nel capitolo dedicato alla Telecom.

Pirelli- Telecom: ritratto del capitalismo italiano

Il 28 luglio 2001 la Pirelli ha comunicato al mercato di aver investito 4,5 miliardi di euro nel pacchetto di controllo del­l'Olivetti, che conteneva a sua volta la maggioranza delle azio­ni di Telecom Italia. In seguito l'impegno finanziario per l'o­perazione è salito a 6,5 miliardi. Il 28 aprile 2007 la Pirelli ha ceduto la stessa partecipazione in Telecom Italia per 3,3 mi­liardi di euro, circa la metà di quanto aveva speso. In sei anni lo storico gruppo milanese non ha incassato un solo euro di dividendo proveniente dai telefoni, mentre il valore di Borsa delle sue azioni è diminuito. L'operazione è costata agli azioni­sti della Pirelli alcuni miliardi, ma nemmeno un euro è stato sborsato dal protagonista della vicenda, Marco Ttonchetti Pro­vera, milanese, nato nel 1948, presidente della Pirelli dall'ini­zio degli anni Novanta. Il motivo è semplice: nonostante le apparenze, Tronchetti non è direttamente azionista di Pirelli. Al momento della conquista di Telecom Italia ha detto: «L'ac­quisizione rientra nella strategia industriale del gruppo Pirelli, fortemente impegnato nel settore  delle telecomunicazioni». Quando ha deciso di gettare la spugna ha parlato agli azionisti in assemblea di «ostacoli esterni»" alludendo a intralci prove­nienti dal mondo politico, e ha concluso: «Pertanto, ci si è resi conto che difficilmente l'azionista di riferimento avrebbe po­tuto trovare le condizioni per accrescere il valore dell' azienda».
La frase mostra come la «strategia industriale» si sia risolta nell'utilizzare la Pirelli come una holding di partecipazioni, cioè una società che compra, detiene, gestisce, eventualmente «valo­rizza» e poi rivende pacchetti di azioni. L'obiettivo di «accresce­re il valore» di Telecom Italia è stato mancato. «Per gli azionisti non è stato certo un buon affare - ha ammesso Tronchetti Pro­vera - cercheremo di recuperare il valore perso.» La parentela azionaria tra le due società non ha prodotto alcuna «sinergia», cioè nessun reciproco vantaggio, se non il trapianto in Telecom del management della Pirelli. Semplicemente dal 2001 al 2006 la società ha affiancato alla sua tradizionale attività industriale (la gomma usata per fare pneumatici e cavi) il controllo di un gigante come Telecom Italia, sei volte più grande di lei per fat­turato. Per il suo presidente si è trattato di una partita di potere economico. Per dipendenti e piccoli azionisti la vicenda può es­sere incorniciata come un ritratto del capitalismo italiano.

Tronchetti Provera: il nuovo Agnelli
Ancor prima che si lanciasse alla conquista di Telecom Italia, Tronchetti Provera era stato definito dal «Financial Times», Bibbia del giornalismo economico, «il nuovo Agnelli», cioè uomo simbolo del capitalismo italiano, modello, punto di ri­ferimento e anche leader. Negli anni Novanta i mass media hanno confezionato per lui l'immagine classica dell'impren­ditore di successo: uomo bello ed elegante, persona colta, raf­finata nei modi, l'italiano che, come appunto l'avvocato Gianni Agnelli, ci faceva fare bella figura all' estero. Il settima­nale «Panorama» dettagliava così la ricetta del perfetto genti­luomo a beneficio degli aspiranti imitatori: scarpe Prada e Tod's nel tempo libero, di fattura artigianale sul lavoro; cami­cie Loro Piana, abito Caraceni, orologi Audemars Piguet Royal Oak o Millennium, cravatte Marinella, barbiere Colla a Milano. Aggiungeva, più corrosivo, «Diario», il settimanale dell'ex direttore di «Lotta continua» Enrico Deaglio; «La bar­ca a vela, naturalmente, la Kauris III, ettari di teak parcheg­giati alternativamente a Porto fino o a Porto Ercole. E infine una terza moglie glamorous, come l'austero "Times" di Lon­dra definisce Afef Jnifen, l'ex modella diventata personaggio televisivo». C'è.anche, immancabile, il calcio. Da consigliere d'amministrazione dell'Inter, Tronchetti Provera affianca il vecchio amico Massimo Moratti nell'impresa di riportare la squadra milanese ai fasti degli anni Sessanta, per troppi anni oscurati dai successi del Milan di Berlusconi. La domenica è puntualmente sugli spalti di San Siro, le telecamere lo inqua­drano, si lascia intervistare, fa passare l'immagine del tifoso controllato e signorile.
Tronchetti diventa popolare, e la cosa gli piace, sull' onda di successi professionali che nessuno mette in discussione. È en­trato ai piani alti della multinazionale della gomma come ge­nero del numero uno Leopoldo Pirelli, di cui ha sposato in seconde nozze la figlia Cecilia, ma anche come azionista. Suo padre Silvio faceva già parte - con la Camfin, società partita dal commercio di prodotti petroliferi - del patto di sindacato che governava la Pirelli. Quando Leopoldo, all'inizio degli anni Novanta, si ritirò dopo il disastroso tentativo di scalare la concorrente tedesca Continental, affidò a Tronchetti il ti­mone, anche se non era più suo genero perché si era separato.
I risultati furono ottimi. L'azienda si rimise in carreggiata e il giovane manager subentrò ai Pirelli anche come azionista di controllo.
Tronchetti rappresenta perfettamente la natura duplice dei nostri capitani d'industria. È una sorta di centauro: per metà manager, per metà padrone. Manager perché non rischia il suo capitale. Padrone perché riesce comunque a esercitare il con­trollo sulle società nelle quali si nomina manager. Quest'ulti­ma dimensione è la sua preferita. Nel 2002 spiegò in un'inter­vista a «espresso»: «Governo su mandato fiduciario degli azionisti. Se perdo la loro fiducia, vado a casa il giorno dopo». Come un Primo ministro, insomma, se non per un dettaglio: per i capitalisti italiani il giorno delle elezioni non arriva mai.
 Tronchetti si è assicurato per cinque anni (dal 2001 al 2006) la presidenza di Telecom Italia, che insieme a quella della Pi­relli gli ha fruttato 34 milioni di euro, alla media di quasi 7 milioni all' anno tra stipendi e premi. Con il «mandato fidu­ciario» degli azionisti ottenuto in forza di un sistema di potere inattaccabile. .


Datemi una leva e solleverò Telecom Italia


Nell'assegnarsi compensi cosl generosi non c'è niente di irre­golare. Al contrario, la teoria economica prevede che l'azioni­sta di controllo, gestendo l'azienda anche per conto degli altri soci, sia remunerato al di là della quota di dividendi spettanti alle sue azioni. Ma quando il controllo si esercita con pochissi­mo capitale, la remunerazione del «padrone» tende a spostarsi quasi completamente dall' area classica del dividendo a benefi­ci di altro tipo. Lo stipendio alto è la parte più evidente di que­sto cambiamento.
Torniamo al 28 luglio 2001. Silvio Berlusconi si è appena insediato a Palazzo Chigi. La pattuglia dei cosiddetti «brescia­ni», detti anche «razza padana» o «capitani coraggiosi» - cioè Roberto Colaninno con il finanziere Emilio Gnutti e soci, che hanno conquistato Telecom Italia due anni prima - deve ven­dere. Dal punto di vista industriale e finanziario le cose non vanno bene, ma soprattutto il contesto politico è sfavorevole e i potenti «salotti» del potere finanziario hanno dato il pollice verso a Colaninno. Ci vuole un compratore, gradito alla poli­tica e alla finanza. La Pirelli, la famiglia Benetton e le due mag­giori banche italiane, Intesa e Unicredito, formano la società Olimpia, di cui la società di Tronchetti prende il 60 per cento. Olimpia acquista dai bresciani la quota di controllo dell'Oli­vetti, solo il 23 per cento delle azioni, sufficiente però a domi­nare l'assemblea dei soci, alla quale i piccoli azionisti, migliaia e migliaia sparsi per l'Italia, non si presentano mai.
Per capire che cosa rappresenta l'Olivetti bisogna recitare una specie di filastrocca. Nell' estate 2001 la Tim, la ricchissi­ma società dei cellulari che sta in fondo alla catena, è control­lata con il 56 per cento delle azioni da Telecom Italia, che è controllata con il 55 per cento dall'Olivetti, che è controllata con il 28,7 per cento da Olimpia, che è posseduta per il 60 per cento dalla PireIIi Spa (detta Pirellona), che è controllata al 38 per cento dalla PireIIi & C. (detta PireIIina), che è controllata al 29,9 per cento dalla CamfÌn, che è controllata al 56 per cen­to dalla Gpi. La Gpi è una società non quotata in Borsa che fa capo per il 56 per cento alla Marco Tronchetti Provera & c., la cassaforte di famiglia.
Tronchetti dunque possiede personal­mente solo le quote della sua accomandita, la quale controlla a cascata i pacchetti azionari di una catena di otto società. Dun­que, riscendendo la piramide che abbiamo appena percorso, l'accomandita Marco Tronchetti Provera & C. possiede il 56 per cento del 56 per cento del 29,9 per cento del 38 per cento del 60 per cento del 28,7 per cento del 55 per cento del 56 per cento della Tim. Grazie al controllo della maggioranza nelle assemblee degli azionisti, Tronchetti esercita il potere (in gergo si chiama «possesso integrato») anche sulle quote dei soci terzi, il cosiddetto «mercato» che detiene a Ciascun livello della cate­na la quota di capitale pari alla differenza tra quella del «pa­drone» e 100: il 44 per cento di Tim, il 45 per cento di Tele­com Italia e via dicendo. Il conto fÌnale di quello che si chiama in gergo «effetto leva» viene calcolato, al momento della con­quista di Telecom, da Carlo Turchetti del settimanale «Il Mon­do»: «Dal vertice alla base, la diluizione di impegno patrimo­niale assicurata da interessi di terzi è spettacolare, con 153 mi­lioni di euro se ne governano 55,5 miliardi. Come dire che a Tronchetti basta investire 0,28 lire di tasca propria per dispor­ne di 100 al piano terra».
Tronchetti ha fatto comprare alla Pirelli non un' azienda né un patrimonio, ma un pezzo di potere. Lo si vede ancora me­glio esaminando la cosa dal punto di vista dei dividendi, che sono la classica remunerazione del capitalista. Nella catena che abbiamo descritto la prima società quotata, quella che sta più in alto, è la CamfÌn, di cui Tronchetti è azionista attraverso la Gpi. Tronchetti non ha mai posseduto direttamente le azioni delle società sottostanti. Quindi la Gpi incassa solo i dividendi della CamfÌn. Nei cinque anni 2002-2006 la CamfÌn ha di­stribuito agli azionisti dividendi per 45 milioni di euro totali e, poiché la Gpi ha poco più della metà della Camfin, le sono toccati circa 24 milioni. Ipotizzando che la Gpi abbia girato ai suoi azionisti tutti i dividendi incassati da Camfin, la parte di Tronchetti, equivalente al suo 61 per cento, sarebbe attorno ai 14 milioni di euro. Nettamente meno dei 34 milioni incassati nello stesso periodo con gli stipendi da presidente di Pirelli e Telecom Italia.



Il Tronchetti Provera manager è dunque più ricco del Tron­chetti Provera imprenditore. Lo conferma un articolo pubbli­cato il 9 giugno 2006 dal «Mondo», secondo cui la cassaforte di famiglia, la Marco Tronchetti Provera & c., ha solo 32 mi­lioni di capitale, mentre i restanti 110 milioni di patrimonio derivano da un prestito concesso dallo stesso Tronchetti Prove­ra: il manager che presta soldi al padrone. Basti un confronto. Mario Moretti Polegato, inventore della «scarpa che respira», possiede il 71 per cento della Geox, società quotata in Borsa dalla quale nel solo 2007 ha ricevuto come presidente uno sti­pendio di un milione e 400mila euro e, come azionista, divi­dendi per 44 milioni di euro. Al prezzo di Borsa del 20 giugno 2008 - che pure accusava un dimezzamento rispetto a pochi mesi prima, dovuto soprattutto alla crisi generale dei mercati finanziari - il pacchetto di azioni di Moretti Polegato valeva, considerando un modico premio di maggioranza, almeno un miliardo e 400 milioni. Non solo l'industriale calzaturiero ve­neto è, dunque, dieci volte più ricco di Tronchetti Provera, ma il suo reddito dell'ultimo anno vale circa un terzo del patrimo­nio del presidente della Pirelli.
Eppure l'imprenditore-manager milanese, durante i cinque anni di regno sui telefoni italiani, insieme ai fidati collaborato­ri ha avuto il potere di definire le strategie, metterle in atto, dare incarichi e stipendi, giudicare la propria prestazione e pre­miarsi. Tronchetti e i suoi arrivano in Telecom Italia come una squadra di specialisti, molto ben pagati. Poche settimane dopo l'acquisto, Gilberto Benetton spiega in un'intervista: «È vero che i tempi della finanza sono più veloci, si vorrebbero risulta­ti buoni e subito. Ma è per questo che parlo di investimento industriale. Pochi hanno realizzato il fatto che è la Pirelli, Mar­co Tronchetti Provera, con il nostro apporto, che si è mossa. Che da Pirelli sono arrivati quindici manager a supporto della struttura Telecom Italia». Quindici specialisti che quasi sem­pre hanno mantenuto il doppio incarico, con doppio stipen­dio, in Pirelli e in Telecom.



Gli specialisti dei compensi

Interessante il caso del doppio amministratore delegato, Car­lo Orazio Buora. Nel 2000, prima della scalata a Telecom, Buora è stato pagato dalla Pirelli un milione e 700mila euro circa, ed è rimasto su questo livello di retribuzione fino al 2006, quando ha lasciato l'azienda della gomma. A questa ba­se ha aggiunto lo stipendio di Telecom Italia, doppio o anche triplo rispetto a quello Pirelli. In cinque anni di doppio inca­rico, Buora ha messo insieme stipendi e premi per circa 30 milioni di euro. In più ha avuto 13 milioni e 400mila euro come buon uscita dalla Pirelli quando si è dimesso nel 2006. Alla fine ha detto addio anche a Telecom Italia, il 2 dicembre 2007, prendendo quasi 12 milioni di euro, comprensivi dello stipendio dell' anno, di un corrispettivo per un «patto di non concorrenza» di due anni e di un «compenso straordinario ri­conosciuto per il contributo professionale e gestionale appor­tato al Gruppo a decorrere dal 1 ottobre 2001». Insomma, un premio alla carriera. In tutto ha messo in cascina, tra il 2002 e il 2007, in sei anni di servizio, retribuzioni per oltre 55 milioni di euro «È vero che i tempi della finanza sono più veloci, si vorrebbero risultati buoni e subito. Ma è per questo che parlo di investimento industriale. Pochi hanno realizzato il fatto che è la Pirelli, Mar­co Tronchetti Provera, con il nostro apporto, che si è mossa. Che da Pirelli sono arrivati quindici manager a supporto della struttura Telecom Italia». Quindici specialisti che quasi sem­pre hanno mantenuto il doppio incarico, con doppio stipen­dio, in Pirelli e in Telecom.

E il suo caso non è unico. Il leader di una squadra non può essere generoso solo con se stesso e la filiera Pirelli-Olivetti­Telecom è stata la più efficiente fabbrica italiana di compensi manageriali. La dimostrazione più clamorosa è la vicenda Corning. Nel 2000 Buora e l'altro amministratore delegato della Pirelli, Giuseppe Morchio, che troveremo poi anche tra i protagonisti delle vicende Fiat, hanno condiviso con Tron­chetti la spartizione di un leggendario premio da quasi 500 milioni di euro. La Pirelli riusci infatti a vendere alla Corning, colosso americano delle fibre ottiche, una piccola società in­novativa nel campo della fotonica, la Optical Technologies Usa Corp., più nota come Otusa. La Corning, che in seguito all'operazione è finita in gravissime difficoltà, pagò circa 3,8 miliardi di euro, prezzo stellare per una società che fatturava in quel momento una ventina di milioni di euro. E su quel colpo da maestro Tronchetti ottenne come manager un pre­mio di 230 milioni di euro, mentre a Morchio andarono circa 150 alla media di 4 milioni e 400mila euro all' anno. Poi nel 2007 ha fatto il colpo finale: i nuovi azionisti, forse non giudican­dolo più né tanto ragazzo né tanto prodigio, lo hanno messo alla porta, accompagnandolo con un assegno da 17 milioni e 350mila euro per l'ultimo anno di lavoro e per la buonuscita. Quasi quanto nei cinque anni precedenti. In tutto Ruggiero è costato agli azionisti di Telecom Italia una quarantina di mi­lioni di euro per sei anni.

Gente che va, gente che viene. Le porte girevoli del Grand Hotel Telecom Italia si sono rivelate assai costose, soprattutto a partire da Gianmario Rossignolo. Nel 1998 il very powerful chairman, come si autodefiniva il primo presidente scelto dai nuovi azionisti dopo la privatizzazione, fu liquidato dopo ap­pena nove mesi di attività con un assegno da 5 milioni di euro. Una vera pietra miliare: la buonuscita di Rossignolo è stata contrattata poco prima dell' approvazione della legge Draghi, e pagata poco dopo, con gli interessati inopinatamente costretti a renderla subito pubblica. Molti considerano il passaggio di Rossignolo alla Telecom il punto di svolta nella corsa verso l'al­to degli stipendi dei manager. Il suo successore, Franco Ber­nabè, sbalzato di sella in soli sei mesi dalla scalata di Colanin­no, fu liquidato nel 1999 con 7 milioni e mezzo di euro. E lo stesso Colaninno, quando ha venduto a Tronchetti nell' estate del 2001, ha ottenuto - oltre a un prezzo molto alto per le sue azioni Olivetti che, come lui stesso ha ammesso, lo ha reso «molto ricco» - una buonuscita di 17 milioni e mezzo di euro per le cariche che abbandonava nella società di Ivrea. Questo caso è assai interessante. Come raccontarono le cronache del­l'epoca, il ragioniere di Mantova aveva concordato un' analoga buon uscita anche per le cariche ricoperte in Telecom Italia, ma il nuovo consiglio d'amministrazione della società telefonica si oppose e non gliela pagò. Lui allora decise di rivalersi sui suoi soci bresciani (Gnutti, Ettore Lonati e gli altri) che avevano trattato la vendita del pacchetto di controllo della Olivetti alla Pirelli, ottenendo, dopo una serrata trattativa e una transazio­ne, altri IO milioni di euro. Un caso curioso - ma forse non raro - in cui alcuni azionisti di controllo si adattano a pagare di tasca loro solo dopo che non sono riusciti a far pagare il conto alla società quotata che controllavano.

Ma a Telecom Italia i compensi generosi non sono stati un' esclusiva dei numeri uno. Il direttore generale Giuseppe Sa­la nel 2003 ha guadagnato 565mila euro e nel 2004 è balzato a 3 milioni e 91mila euro (aumento del 447 per cento) grazie a uno strepitoso bonus del quale le note al bilancio non danno alcuna motivazione. Nel 2005 la retribuzione è un po' calata, 2 milioni e 488mila euro, ma Sala ha incassato «compensi ero­gati a titolo di Management by Objectives (Mbo), di Long Term Incentive (Lti) e di rata relativa al piano di retention», come si legge nel bilancio. La prima voce significa che ha rag­giunto gli obiettivi fissati, le due successive significano che la Telecom gli ha dato molti soldi anche per convincerlo a resta­re fedele all'azienda. Il Long Term Incentive sarebbe tipico di un'azienda che guarda lontano. All'inizio del 2006 Sala se n'è però andato, incassando 5 milioni e 680mila euro. Si può sti­mare che a titolo di buon uscita abbia avuto non meno di 3 milioni di euro. Quindi la Telecom ha dato a Sala un milione e 700mila euro nel 2005 per farlo restare e 3 milioni all'inizio del 2006 per fado andare via.

« Un fatto scandaloso»

Retribuzioni eccessive? Un'unità di misura non esiste. Tuttavia ci sono alcuni fatti da segnalare. Il primo è che il 14 aprile 2008 l'economista Luigi Zingales, consigliere d'amministra­zione di Telecom Italia, docente all'Università di Chicago e coautore di un libro significativamente intitolato Salvare il ca­pitalismo dai capitalisti, ha dato ragione alle critiche avanzate dai piccoli azionisti all' assemblea di Telecom Italia: ((Sono d'accordo con molti degli intervenuti che le buonuscite di Ruggiero e Buora rappresentino un fatto scandaloso». Non so­lo. Zingales ha anche indicato come, diventando fragile il po­tere degli azionisti, quello dei manager tenda a diventare di­screzionale. Ruggiero, ha infatti ricordato, «era un dipendente della società e quindi la sua buonuscita non è stata decisa dal consiglio d'amministrazione ma da Buora, che lo ha trattato come un dipendente, e quindi con tutele e vantaggi di un di­pendente». A questo punto per gli azionisti di minoranza di Telecom Italia è arrivata un'ulteriore beffa. Con una lettera a «la Repubblica» del 7 giugno 2008, Marco Tronchetti Provera ha risposto alle critiche prendendo le distanze dai suoi mana­ger Buora e Ruggiero e precisando che «le buonuscite scanda­lose non sono state negoziate né concordate sotto la nostra ge­stione». E dunque chi le ha decise? Agli azionisti di Telecom Italia nessuno lo ha ancora detto. La lettera del presidente del­la Pirelli scarica implicitamente la responsabilità sui nuovi azionisti di controllo e sulla reggenza di Pasquale Pistorio, il presidente scelto da Tronchetti stesso per guidare la società nei sei mesi occorsi al nuovo azionariato per designare i suoi uo­mini al vertice di Telecom Italia. Nella stessa lettera il nuovo Agnelli ha invece difeso i propri stipendi: «I miei emolumenti (privi di stock option o buonuscite) sono stati in linea con quel­li del settore».

Il caso Battista

E a proposito di retribuzioni congrue, merita di essere raccon­tata la storia del manager Valerio Battista. Nel 2005 la Pirelli ha ceduto al colosso bancario Goldman Sachs la sua produzio­ne di cavi elettrici e per telecomunicazioni. Il presidente Tron­chetti Provera ha spiegato agli azionisti che si era deciso di concentrarsi sui settori più redditizi, pneumatici e immobilia­re. La vocazione per le telecomunicazioni era dunque già di­menticata. Come giro d'affari i cavi valevano quanto gli pneumatici, fatturando ciascuno più o meno 3,3 miliardi di euro. Nel 2004, ultimo anno in cui sono stati tutti insieme, i quat­tro direttori generali della Pirelli erano ben pagati. Per Claudio De Conto (amministrazione e controllo) 2 milioni di euro, per Luciano Gobbi (finanza) un milione e 800mila, per Fran­cesco Gori (pneumatici) 2 milioni e 946mila euro, e infine per Valerio Battista (cavi) 2 milioni e 21mila euro.
Due anni dopo lo scenario è il seguente. Battista ha lasciato la Pirelli rimanendo a capo della società dei cavi, che con la nuova proprietà ha preso il nome Prysmian ed è stata quotata in Borsa. Ha portato il fatturato a 5,1 miliardi di euro, rag­giungendo la stessa Pirelli, che ha avuto nel 2007 ricavi per 5,2 miliardi (ma la parte pneumatici, che nel 2005 era equivalente a quella dei cavi, ha fatturato solo 4,1 miliardi). Prysmian ha anche pareggiato i conti con i profitti, portandoli in un solo anno da 91 a 302 milioni (più del triplo), vicinissimi ai 323 milioni di utile netto della Pirelli. Come amministratore dele­gato della Prysmian, Battista nel 2007 è stato pagato un milio­ne e 643mila euro. Sommando al suo stipendio quello di Pier Francesco Facchini (863mila euro), quello di Fabio Ignazio Romeo (un milione e 353mila) e quelli di altri tre dirigenti con responsabilità strategiche, vediamo che la Prysmian, governata dalla multinazionale Goldman Sachs, ha speso per il suo top management 5 milioni e 700mila euro in tutto, meno di quan­to la Pirelli, con fatturato e utili identici, ha dato al solo presi­dente Tronchetti Provera (5 milioni e 951 mila euro). In totale gli azionisti Pirelli hanno speso per retribuire i condottieri principali quasi 17 milioni, il triplo della Prysmian.
E a proposito di direttori generali: De Conto, che nel 2004 aveva ricevuto 2 milioni come Battista, nel 2007, ancora diret­tore generale finanza e controllo della Pirelli, ha percepito 2 milioni e 279mila euro, quasi il 40 per cento in più del collega che ha fatto carriera diventando amministratore delegato della Prysmian. E Luciano Gobbi, direttore generale per la finanza della Pirelli, ha lasciato l'azienda con una buonuscita di oltre 6 milioni di euro.

Tronchetti Provera: alto stipendio per risultati deludenti

Guardiamo meglio i compensi di Tronchetti Provera. Nel 2007 la Pirelli gli ha dato quasi 6 milioni di euro, il 45 per cento in più dell'anno precedente. E già i 4 milioni e 97mila euro del 2006 apparivano soddisfacenti, se non altro perché tra gli addendi c'erano un milione e 200mila euro alla voce «bonus e altri incentivi», a coronamento di un anno chiuso con una perdita di oltre un miliardo di euro, in seguito alla parziale svalutazione dell'investimento in Telecom Italia. Non si può certo ipotizzare che il forte aumento del 2007 abbia vo­luto compensare la perdita dei compensi di Telecom Italia, da cui Tronchetti si è dimesso il 15 settembre 2006. Però c'è un fatto del quale il bilancio non dà spiegazioni. Nel 2006 Tron­chetti ha avuto per la presidenza della controllata immobiliare Pirelli Real Estate 45mila euro. Nel 2007 per lo stesso incarico ha ottenuto un compenso di 435mila euro (+ 870 per cento).
Tra il 2001 e il 2007 gli azionisti di Pirelli e Telecom Italia hanno pagato per compensi a top manager e consiglieri d'am­ministrazione almeno 300 milioni di euro. I risultati sono sta­ti deludenti. L'impero di Tronchetti valeva all'inizio dell'av­ventura più di 50 miliardi di euro. Nella primavera del 2007, quando il controllo di Telecom è stato venduto alla cordata formata dalla spagnola Telefonica con Banca Intesa, Medio­banca, Assicurazioni Generàli e i Benetton, la catena societaria governata dal presidente della Pirelli aveva perso almeno un terzo del valore: circa 18-20 miliardi di euro andati in fumo.
I risultati industriali e finanziari non sono stati migliori. Nel 2001 il sistema Olivetti- Telecom chiuse l'anno con 38 miliar­di di debiti, che erano poi quelli fatti da Colaninno per finan­ziare la scalata del 1999. Tronchetti promise che avrebbe dra­sticamente ridotto i debiti grazie al successo della sua strategia industriale. A fine 2007 l'indebitamento era di 35 miliardi e 700 milioni: è sceso di poco, ed è rimasto l'emergenza numero uno. Anche perché nel frattempo si è indebolita in Telecom Italia la consistenza industriale chiamata a sostenere il peso di quel debito. Nel corso della gestione Tronchetti i ricavi sono rimasti invariati, attorno ai 30 miliardi di euro. In termini rea­li, cioè calcolando l'inflazione, sono dunque calati. Il margine operativo lordo, che misura in sostanza la "differenza tra costi e ricavi prima delle componenti finanziarie e fiscali del bilancio e perciò dà l'idea dell' efficienza industriale dell' azienda, è sce­so dal 200 l di circa il 15 per cento. Nel frattempo sono state vendute numerose società controllate e il gruppo è diventato più piccolo; dal 200 l ha perso un quarto del personale.
Guardando al patrimonio, nel 200l Telecom Italia possede­va terreni e fabbricati per 2 miliardi e 877 milioni di euro; nel 2006 (ultimo anno della gestione diretta di Tronchetti) la voce è scesa a 732 milioni. Il valore di «impianti e macchinari» è sceso da 16 miliardi e mezzo a 13 miliardi. E le partecipazioni finanziarie, cioè la proprietà di azioni di altre società, risultano diminuite da 6 miliardi e mezzo a un miliardo e 264 milioni. Sono invece salite da 16 a 50 miliardi di euro le «immobilizza­zioni immateriali», composte per 43 miliardi dalla voce «av­viamento», la cosa più immateriale che ci sia. I.:avviamento è il valore intangibile che si dà alla clientela di un negozio di scar­pe, alla fama di un ristorante, o alla forza di un marchio come Tim. È certamente un patrimonio e per questo viene scritto nei bilanci con un valore. Nel caso di Telecom Italia colpisco­no però due dettagli. Il primo è che il valore dell' avviamento è enorme, più del doppio del valore di Borsa dell' azienda a giu­gno 2008. Il secondo è che lo stesso valore è triplicato durante la gestione di Tronchetti, mentre i profitti calavano. Forse per­ché serviva una voce all' attivo patrimoniale che pareggiasse quella passiva costituita dai debiti.
In definitiva non è però facile e forse neppure possibile giu­dicare in modo' sommario la performance manageriale di Tronchetti e dei suoi fedelissimi alla guida di Telecom Italia. È il mercato a dare le sentenze sulle aziende, o cosi dovrebbe es­sere se ci fossero regole diverse. Invece il settimanale inglese «The Economist» ha cosi commentato la fine dell'avventura telefonica di Tronchetti Provera: «Quanto a lui, controlla an­cora la Pirelli attraverso una catena di società che gli garanti­scono il 5,4 per cento dei diritti di voto, anche se possiede realmente solo 1,8 per cento del capitale Pirelli. Anche dopo questa disastrosa diversificazione in Telecom Italia, amicizie e patti con altri azionisti lo mantengono al suo posto. Questa è l'Italia». La legge non scritta del capitalismo italiano è che l'an­damento industriale di un' azienda va, se necessario, subordi­nato all'esigenza di mantenerne il controllo. L'obiettivo princi­pale dei protagonisti non è far crescere l'attività, ma conqui­stare province o, in subordine, difendere i confini. Quando Tronchetti conquistò l'immenso territorio chiamato Telecom Italia, lo stesso «Economist» ironizzò sull' abilità dei soliti noti italiani, capaci di assicurarsi con pochi soldi il controllo delle maggiori aziende grazie a leggi poco trasparenti. Riconoscen­do però, implicitamente, una logica di sistema: «Sfortunata­mente, più la si guarda da vicino, meno questa operazione ap­pare convincente. Con il ritorno di Silvio Berlusconi al gover­no le vecchie dinastie industriali d'Italia stanno riaffermando il loro potere sui principali snodi dell'economia nazionale».

Il caso Telecom Italia

La geografia del potere è la pietra angolare del capitalismo ita­liano. Telecom Italia ha un'importanza decisiva per la vita na­zionale, visto che gestisce i telefoni e la rete internet. Chi vuo­le comprarla può investire qualche decina di miliardi di euro in un'Offerta pubblica d'acquisto (Opa), come dice la teoria economica astratta. In alternativa c'è l'azienda ad azionariato diffuso, la public company, come dicono gli americani. In en­trambi i casi il rischio è che la società finisca in mano a scono­sciuti, magari stranieri, preda di capitali - o uomini - senza le­gami con il sistema politico-economico nazionale. È una pro­spettiva che la politica detesta a tutte le latitudini, e infatti Pa­rigi e Berlino non hanno mai privatizzato i telefoni. Roma sì, e l'operazione fu fatta negli anni Novanta anche con l'obiettivo di stimolare la modernizzazione del capitalismo italiano. In at­tesa che maturassero i fondi pensione (architrave del capitali­smo popolare all'americana), Telecom Italia è stata affidata alle esperte mani dei capitalisti di tradizione. Nel 1997 la privatiz­zazione firmata dal presidente del Consiglio Romano Prodi, dal ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi e dal direttore generale del Tesoro Mario Draghi, consegnò il gruppo telefo­nico al cosiddetto «nocciolo duro» guidato dagli Agnelli, che comprarono solo lo 0,6 per cento delle azioni. Poi venne la scalata dell'Olivetti di Roberto Colaninno e dei suoi alleati, i cosiddetti bresciani raccolti intorno allo stravagante finanziere Emilio Gnutti: nel 1999 l'Opa sulla Telecom fu finanziata con debiti che poi furono scaricati sulla stessa azienda comprata, con la semplice tecnica di fondere l'acquirente indebitato (Oli­vetti) con la ricca preda (Telecom). Due anni dopo Colaninno fu costretto alla resa e il sistema dovette trovare un nuovo pa­drone affidabile. Spuntò all'orizzonte la Pirelli e le cose sono andate come abbiamo visto.
Quando Tronchetti Provera fini in difficoltà e cominciò a cercare qualcuno a cui passare il controllo di Telecom Italia, l'allora ministro per lo Sviluppo economico, Pier Luigi Bersa­ni, mise il dito sulla piaga, parlando di un' occasione per rifor­mare il capitalismo italiano. «Diversamente da altri paesi c'è troppa precarietà proprietaria che rischia di pregiudicare la stabilità degli assetti industriali.» Teniamo bene a mente que­sta parola: stabilità. È la chiave per capire un sacco di cose. Il capitalista italiano deve risolvere ogni giorno il problema di guidare le aziende senza avere sufficienti capitali. La legge ha consentito a Pirelli e alleati di acquisire nel 2001 il controllo di Olivetti, e quindi di Telecom, comprando da Hopa-Bell (cioè da Colaninno e dai bresciani) il 23 per cento delle azio­ni ed evitando di offrire lo stesso prezzo a tutti gli altri azioni­sti di Olivetti e Telecom. In base alla legge Draghi del 1998, infatti, quando si acquista da qualcuno più del 30 per cento di una società bisogna fare un'Opa anche agli altri azionisti, allo stesso prezzo: proprio per evitare che passino di mano i pacchetti di controllo a prezzi alti senza nessun beneficio per i soci di minoranza. E offerta obbligatoria deve essere estesa an­che alle società controllate (nel caso di Olivetti quindi anche a Telecom Italia e Tim). Nei giorni caldi dell'operazione, al giornalista del «Mondo» che parlava di una scalata «che ha fruttato 14 mila miliardi di lire ai fortunati venditori di Ho­pa-Bell, mentre ha lasciato a bocca asciutta 380mila soci di Ivrea e Telecom», Tronchetti replicava: «Rispetto le opinioni di tutti, ma con questo" mercato non vedo chi avrebbe potuto lanciare un'Opa su Telecom: se avessimo costruito un' offerta a cascata, nessuna banca seria l'avrebbe finanziata a debito». Ancora più chiaro il socio di Tronchetti nell' affare, Gilberto Benetton: «Pensare a un'Opa su Olivetti- Telecom significava impiegare qualcosa come 200mila miliardi, una cifra enor­me». In realtà era solo il prezzo di mercato, enorme per i capi­talisti senza capitali. Che hanno trovato un'altra strada, più economica, per fare quello che credono il proprio dovere ver­so la società: comandare.
Nel 2003, in un libro intitolato Licenziare i padroni?, il gior­nalista Massimo Mucchetti, confutando la tesi di 'tronchetti di essere un manager affidato al gradimento degli azionisti, si chiedeva: «Ma chi sono allora i padroni del padrone? I soci di Telecom Italia? No di certo: i soci di minoranza di Telecom Italia non contano nulla. Quelli di Olivetti? Nemmeno. Gli azionisti di Pirelli, forse? Neanche. Gli unici che in teoria pos­sono esigere le dimissioni di Tronchetti Provera sono i partner del sindacato azionario della holding Pirelli & c.: è solo a que­sto piano della piramide che il manager padrone potrebbe su­bire la sanzione».

Chi controlla che cosa?


 Ma che cos'è questo «sindacato azionario della holding Pirelli & c.»? Chiariamo subito che non ha niente a che vedere con i sindacati intesi come organizzazioni dei lavoratori. Nel merca­to finanziario i patti di sindacato sanciscono l'alleanza tra sin­goli azionisti di una società, e la parola «sindacato» è usata nel significato originario di «unione». In questo caso tutto nasce dal fatto che la Camfin, controllata da Tronchetti, possiede so­lo il 25 per cento della Pirelli & c., una quota così bassa da esporre la società al pericolo di essere scalata. Teoricamente chiunque potrebbe rastrellare in Borsa un pacchetto di azioni superiore al 25 per cento e presentarsi in assemblea come nuo­vo socio di controllo. Oppure potrebbe essere lanciata un'Opa rivolta a tutta la platea degli azionisti. Ecco allora che scattano i meccanismi anti-scalata, quelli che garantiscono ai tradizionali gruppi di potere la difesa delle loro posizioni. Il patto di sinda­cato è il più classico. Nel caso della Pirelli, altri azionisti, amici e alleati della Camfin, uniscono i loro pacchetti azionari a quel­lo del socio principale e formano un blocco compatto, vicino al 50 per cento delle azioni, che garantisce un controllo inattacca­bile della società. Questo metodo di esercizio del potere, secon­do i dati della Consob, riguarda oltre un quarto delle societàquotate. Del patto Pirelli fanno parte: Mediobanca, le Assicu­razioni Generali, il gruppo Benetton, il gruppo Ligresti, Banca Intesa, il presidente dell'lnter Massimo Moratti e il gruppo as­sicurativo tedesco Allianz-Ras. Quando si parla di «salotto buo­no», si intendono intrecci come questo.
Prestiamo attenzione al girotondo, che è un po' complicato e richiede un po' di concentrazione. Mediobanca, Ligresti e Be­netto n sono, come membri del patto Pirelli, alcuni dei soci forti che potrebbero mandare a casa Tronchetti. Ma a sua volta Tron­chetti, con Ligresti e Benetton, fa parte del patto di sindacato che controlla Mediobanca, un mostro con ben trentadue parte­cipanti. Mediobanca ha il controllo delle Assicurazioni Generali (un altro membro del patto Pirelli) che sono anche tra i princi­pali azionisti di Intesa Sanpaolo, a sua volta socia di Tronchetti in Pirelli e in Olimpia. Quando la Pirelli ha venduto le sue azio­ni di Olimpia (la scatola che controllava Telecom Italia), tra i compratori c'erano Intesa Sanpaolo e Benetton, partecipanti al patto di blocco che controlla Pirelli. C'era poi Mediobanca, che non solo partecipa al patto di blocco Pirelli ma ha anche Pirelli e Benetton tra i membri del suo sindacato di controllo.
Seguire i fili di questi intrecci azionari fa venire, legittima­mente, il mal di testa. E fa sorgere una domanda altrettanto le­gittima: chi è il padrone di che cosa? E nel caso di Telecom Ita­lia, chi ha venduto a chi? Difficile rispondere, come dimostra anche un interessante dettaglio dell'acquisto di Telecom Italia da parte della nuova compagine. Il 26 novembre 2007 il comi­tato nomine di Mediobanca (alcuni membri del consiglio di sorveglianza che esprimono una valutazione sulla scelta dei ma­nager per l'istituto e le sue principali controllate o partecipate) ha dato il via libera alla designazione di Gabriele Galateri di Genola e Franco Bernabè, che hanno assunto rispettivamente i ruoli di presidente e amministratore delegato di Telecom Italia. Dei quattro componenti del comitato solo due hanno votato si: Cesare Geronzi e il finanziere francese Vincent Bolloré. Il terzo, Marco Tronchetti Provera, cioè colui che aveva venduto a Mediobanca e soci il controllo della società telefonica, ma era chiamato a designare, come socio di Mediobanca, i nuovi ma­nager, si è astenuto «per motivi di opportunità». Il quarto, il presidente di Unicredit Dieter Rampl, si è astenuto per marca­re la sua critica al metodo seguito. Niente contro i due manager scelti, ma, come ricostruiva quella sera stessa un dispaccio del­l'agenzia Ansa, «Rampl forse non pretendeva che la ricerca fos­se affidata a qualche cacciatore di teste, ma avrebbe gradito sen­za dubbio un approccio più trasparente e gradito al mercato».
Il capitalismo italiano è condizionato da un pervasivo con­flitto d'interessi, a sua volta causato da un fenomeno veramen­te unico: le principali società per azioni italiane sono in mano a una specie di multiproprietà, una sorta di struttura condo­miniale dove nessuno è padrone fino in fondo. E anche per questo nessuno sembra rispondere al mercato dei risultati, an­che quando c'è un azionista abbastanza forte da nominare se stesso top manager. O una famiglia in grado, con quote mino­ritarie di capitale, di designare alla guida dell' azienda manager fidatissimi. Come gli Agnelli nel caso della Fiat.
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